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Nel rimettere in ordine una mia valigia...

Così incomincia questa avventura.

Il 1943 di Josette Notaris, Felice ferri & famiglie

Uno strano pacco di lettere

Introduzione

 

Nel settembre del 1943 il signor Vinicio Garavello di Mezzocorona trova in una scarpata lungo la linea ferroviaria Venezia-Milano, nei pressi di Vicenza, una valigia con biancheria e dei libri. Quando del fatto s’è ormai dimenticato, mentre cerca di metter in ordine una valigia sua di vecchie carte, vi scopre un pacco di lettere, e si ricorda: sono quelle che stavano con il resto nella scarpata. Individua - probabilmente da una busta dattiloscritta - mittente e destinatario della stragrande maggioranza delle missive, e prova a spedire tutto il pacco alla mittente “Josette Notaris, via Mario Bottagisio, Trobaso di Verbania, Novara”, sperando che lei possa inoltrare qualcosa a tutte le altre persone interessate. Il recapito non si realizza, chissà perché, ed il pacco, insieme ad un libro, sta tuttora in casa Garavello.

 

Le missive sono attualmente custodite, per decisione recente e non giustificata di casa, in un faldone che raccoglie 15 contenitori, ciascuno dotato sul recto di due tasche identiche, una in alto, l’altra in basso, diversamente riempite: per mantenere in questa Introduzione il pur importante riferimento a tale distribuzione, le si indica, ove necessario, con le sigle da “1a“ a “15b” e se ne riassume il contenuto.

 

Ciò non vuol dire, peraltro, che non si sia tentato, conservando dopo una prima lettura/trascrizione la collocazione fisica attuale, di fare un po’ d’ordine nel carteggio, quasi alla ricerca di un “messaggio” completo e correttamente disposto secondo la cronologia od altro. È però stato un po’ difficile individuare e scegliere i criterî da applicare, soprattutto perché quasi tutti i tentativi hanno incontrato, od evidenziato, contraddizioni. Fra le prime, la datazione, di mano di Josette, della lettera senza busta in 2b, che sarebbe un unicum datato al 1942 in tutto l’insieme. Quasi tutte le altre sue sono collocabili, credibilmente, fra il giugno del 1943 ed il 2 settembre (9a, seconda busta); al massimo si può spostare il primo dei due estremi, sulla base di quanto è manoscritto o stampato, al marzo del 1943 (2a, 2 lettere di Josette, senza busta): ma nel faldone non c’è altro di Josette che si possa collocare fra marzo e giugno 1943, e - ripetiamo - nient’altro di datato o databile al 1942. E quanto alle sue lettere si possono intanto rilevare due dettaglî di una certa importanza. Il primo, in rapporto con la vicenda del governo italiano e della guerra: nel carteggio si potranno forse trovare riferimenti alle conseguenze del 25 luglio, dell’Odg Grandi e della destituzione di Mussolini, ma certo non a quelle dell’armistizio dell’8 settembre; il secondo, relativo alle modalità di conservazione e distribuzione dei pezzi: le buste superstiti sono in gran parte danneggiate, non tanto per il modo in cui sono state a suo tempo aperte dal destinatario, ma per altri interventi che è difficile attribuirgli, fra i quali spicca l’asportazione dei francobolli (ne restano, non tutti in buone condizioni, solo 9). Questa comporta, spesso, anche danni ai timbri postali, ed aggrava la condizione dei margini superiori generati dall’apertura, e con ciò limita la leggibilità - sul verso della busta - dell’indicazione del mittente. il che pone notevoli problemi per le lettere esterne al carteggio da Josette a Felice.

ALTRI TENTATIVI GARAVELLO, DA LUCIA? CHI HA FATTO IL FALDONE?

 

Non risulta che Vinicio abbia cercato, prima o poi, di contattare il destinatario principale della corrispondenza: il soldato Felice Ferri della “Tradotta Militare Balcani” di stanza a Mestre, giovane deciso, ma con entusiasmo in calo, a sposare Josette. Garavello non spiega perché non abbia provato a contattarlo: e si possono avanzare, privilegiando certi contenuti, tante ipotesi. Può fra l’altro aver pensato che il militare - in fuga volontaria e ferroviaria da Mestre - si fosse sbarazzato degli scritti per tutelarsi da possibili rappresaglie; che la “Tradotta Balcani” fosse da tempo decaduta per buone ragioni storiche; che - comunque - il disertore Ferri, se ancora vivo, non amasse esser rintracciato; che le lettere fossero state rubate da un aspirante ricattatore, entro un piano in qualche modo fallito, o persino finite nella scarpata per puro caso.

 

Ma sembra anche che il Garavello non conoscesse non solo la vera storia di Felice, ma nemmeno i tanti spostamenti di Josette, attestati nelle lettere.

 

E si potrebbe aggiungere - esagerando un pochino - che persino se avesse avuto accesso a Internet sarebbe rimasto nell’incertezza su questi e tanti altri dettaglî. Qualche esempio dalla rete del 2022: Notaris è il cognome di un botanico ed accademico italiano (Giuseppe de Notaris, Milano 1805 - Roma 1877), ed il nome di una via di Trobaso; ma di Trobaso - già frazione di Verbania - c’è ben poco, perché è cambiata la distribuzione dei Comuni; via Bottagisio è solo a Villafranca di Verona; delle caserme di Mestre negli anni intorno al 1943 non c’è nulla, e nulla di quel Ferri.

 

Rete a parte, c’è poi il problema della composizione dei nuclei familiari di Josette e Felice e delle altre persone coinvolte nella corrispondenza: del vero significato - giuridico, non affettivo - di termini come “mamma”, “papà”, “figlio”, determinabile infine solo attraverso i cognomi, se e quando sono direttamente attestati. E questo obbligherebbe ad un insieme di verifiche che sanno di paleografia, diplomatica, archivistica ed altre ausiliarie: ammesso che Vinicio abbia letto tutto il pacco prima di provar a spedirlo.

 

Fra ovvietà e cavilli. Sciascia e Moro ed enigmistica? e comunicazione assertiva? Francobolli asportati da chi?

 

Già: ha letto? Considerando lo stato attuale delle missive, lascia perplessi innanzitutto il fatto che messaggî e contenitori hanno spesso un rapporto incerto o contraddittorio: per farla breve, molti messaggî ora non hanno più un contenitore di riferimento; indirizzi e mittenti sono per gran parte di mano di Josette, quale che sia la mano del testo in busta; ci sono problemi per il rapporto fra significato e resa grafica in tre lingue (italiano, francese, tedesco, e non solo per Josette), che genera più di un unicum; problemi per il ricorso poco regolare alle abbreviature, all’uso di maiuscole e minuscole, al panorama della punteggiatura; insufficiente corrispondenza fra le date manoscritte (alcune assenti) e quelle dei timbri (non sempre completi e ben leggibili) che dovrebbero indicare tempo e luogo di spedizione e recapito, anche se in più testi si lamenta l’inefficienza del servizio postale.

 

È insomma quasi obbligatorio chiedersi se abbia un senso ed una giustificazione proporre ad un pubblico non meglio precisato il frutto della lettura, occasionale ma puntigliosa quanto basta per annoiare, fatta ora da un dilettante. Se Josette, Felice e gli altri soggetti menzionati fossero personaggî noti e di spicco, il modesto carteggio potrebbe esser fatto passare per un “epistolario”, che recupera il frutto di uno sguardo privato ma autorevole su fatti importanti. La proposta non è così ambiziosa, e si fonda su un’opinione personale di chi ha letto e - per così dire - decifrato il pacchetto. Lui ritiene che, a modo loro e molto probabilmente fuori dagli schemi accettati dalla storiografia, in questa corrispondenza interagiscano più pulsioni diverse, in tante risposte diverse a più fatti piccoli ma anche grandi, personali ma anche collettivi, vissuti su un limite incerto fra privato e condiviso, persino per quanto riguarda l’appartenenza territoriale (aleggia sullo sfondo l’ombra della neutrale Svizzera…); si parla - ad esempio - di sanità contraddittoria, di burocrazia soffocante, di differenza di classe e di ruolo, di matrimonio e di infedeltà e di convivenza, di eventi determinanti come la fine di una guerra e di un regime entro una occupazione/invasione in fieri, di dolci rimedî personali all’infelicità come l’immersione nella natura incontaminata di montagne e foreste; accanto all’attenzione minuziosa per il presente c’è nell’espressione un ricorso ossessivo e quasi snervante - almeno per chi imprevisto legge - a luoghi comuni: ma anche a curiosi ed esclusivi intercalari. Un pasticcio? Senz’altro: ma intanto sembra che ne emerga un ritratto di quella parte di pubblico che - come suggeriscono gli esperti di campagne elettorali e le reazioni degli spettatori che assistono in sala a qualche show teletrasmesso - decide a tempo ed a modo suo se e da chi farsi coinvolgere e rappresentare.

 

Si può obiettare che il ritratto è involontario, in quanto frutto di una personale sintesi operata da chi ha letto le carte: ma ciò non toglie che sia credibile; e che si possa ritenere che la quota di pubblico oscillante fra individualismo e conformismo sia in ogni epoca piuttosto consistente: quasi come “una storia” contro La Storia.

 

Andando ancor più in basso, e concludendo a suo modo questa maldestra Introduzione, si potrebbe ricordare come i mesi del ’43 vissuti da Josette e Felice, e da madri, medici, cappellani, comandanti, segretarie eccetera sono definiti in dialetto trentino: “’l Rebaltòn”. Forse la parola suggerisce l’atteggiamento giusto a chi volesse andare oltre queste pagine.

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